Si sente parlare di diversità nellesocietà moderne: che significa?

Possiamo guardare ad ogni dimensione della diversità umana come a un aspetto isolato (sesso, religione, collocazione geografica, …) oppure possiamo guardare alla loro interconnessione, al loro intrecciarsi dinamico, in continuo cambiamento. Nel primo caso, indirizzeremo i nostri comportamenti senza prendere in considerazione il singolo individuo ma incasellando ogni donna e ogni uomo in una categoria che, inevitabilmente, non lo o non la rappresenterà mai nella sua individualità e interezza. Nel secondo caso, quello dell’intreccio dinamico, avremo abbracciato l’idea che pregiudizi e stereotipi, costruiti su una singola caratteristica di un singolo uomo o di una singola donna, rappresentano la realtà in modo distorto e, sostanzialmente, sbagliato. Saremo così liberi di guardare agli “altri” come ad esseri umani unici e irripetibili, nel bene e nel male.

DISCRIMINAZIONI.. COSA VUOL DIRE?

Considerare le persone “inferiori” o “superiori” non per quello che fanno o dicono ma per quello che sono porta dritti alla discriminazione. C’è discriminazione quando qualcuno è trattato meno favorevolmente degli altri a causa di un suo tratto personale specifico, quale classe sociale, genere, “razza” o appartenenza etnica, disabilità, orientamento sessuale, età, religione o visione del mondo. Questa discriminazione diventa oppressione quando resa effettiva da un gruppo sociale più potente su un altro meno potente. L’oppressione così intesa implica calpestare i diritti di un individuo o di un gruppo e creare svantaggio per questo gruppo e per i singoli che vi appartengono. Le disparità sono mantenute attraverso processi di discriminazione che hanno l’effetto di distribuire le opportunità della vita, il potere e le risorse in un modo che rafforza le relazioni di potere già esistenti.

LE MIGRAZIONI

Cerchiamo di capire meglio cosa significa MIGRARE. Ci affidiamo alle parole di VOCI DI CONFINE. La migrazione è un fenomeno globale, che va conosciuto senza pregiudizi e senza paure ed è conseguenza del desiderio antico dell’uomo di spostarsi dal proprio luogo di nascita verso luoghi che possano offrire maggiori opportunità. Ha caratterizzato tutta l’evoluzione umana e ancora oggi è estremamente diffuso.La maggior parte dei migranti (39,6%) parte dall’Asia, il continente più popoloso, mentre il 25,9% parte dall’Europa: la libertà di movimento di cui godiamo noi europei ci permette di raggiungere senza problemi quasi tutti i Paesi del mondo. Un discorso a parte è quello dell’Africa: pur dovendo far fronte ad un ritardo significativo nello sviluppo economico e a una grande pressione demografica, è il continente meno mobile del mondo, con una percentuale di migranti internazionali del 13,4%. Tutto ciò è dovuto al fatto che in generale, nei Paesi in via di sviluppo, prevalgono le “migrazioni sud-sud”, quelle tra Paesi in via di sviluppo limitrofi o comunque appartenenti alla stessa area continentale. Spostarsi in un’area continentale diversa, invece, è un’abitudine dei migranti provenienti da “Paesi a sviluppo avanzato”, che tendenzialmente si stabiliscono in America Settentrionale e Oceania4 . “La nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell’OIM, la ripresa dell’emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel Paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15% e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%”

RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E TITOLARI DI PROTEZIONEUMANITARIA

Mentre non esiste a livello internazionale una definizione giuridica per il termine “migrante”, la condizione di “rifugiato” è definita dalla Convenzione di Ginevra del 1951 secondo la quale rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”10 . Nonostante stia diventando sempre più comune vedere i termini “rifugiato” e “migrante” usati in modo intercambiabile nei media e nei dibattiti pubblici, vi è tra i due una differenza fondamentale dal punto di vista legale. Confonderli può avere conseguenze importanti per rifugiati e richiedenti asilo, così come generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Citiamo quanto pubblicato dall’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Con il termine rifugiato, come abbiamo visto, ci si riferisce ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. I rifugiati sono persone che si trovano al di fuori del loro Paese di origine a causa di persecuzioni, conflitti, violenze o altre circostanze che minacciano l’ordine pubblico, e che, di conseguenza, hanno bisogno di “protezione internazionale.” La loro situazione è spesso talmente rischiosa e intollerabile che attraversano i confini nazionali in cerca di sicurezza nei Paesi limitrofi, e diventano quindi internazionalmente riconosciuti come “rifugiati,” ossia come persone bisognose di assistenza da parte degli Stati, dell’UNHCR e delle organizzazioni competenti. Il loro riconoscimento è così precisamente definito in quanto è troppo pericoloso per loro tornare a casa e hanno quindi bisogno di protezione altrove. Sono persone per le quali il rifiuto della domanda di asilo ha conseguenze potenzialmente mortali. Il regime giuridico specifico che tutela i diritti dei rifugiati è denominato “protezione internazionale per i rifugiati.” Il fondamento alla base del bisogno di questo regime è che i rifugiati sono persone in una situazione specifica, che richiede misure di tutela supplementari, in quanto i richiedenti asilo e i rifugiati sono privi della protezione del loro Paese.

Le avrete sentite anche voi, se solo seguite un po’ gli organi d’informazione, le voci allarmate di economisti e demografi: l’Italia ha disperatamente bisogno di un flusso annuale stabile di immigrati per sopperire al calo della popolazione autoctona. Dunque l’emergenza non è l’immigrazione. Chi sa fare i conti lo sa e il diciassettesimo rapporto dell’ente previdenziale INPS (2018) lo spiega bene: senza stranieri, azzerando le immigrazioni, secondo Eurostat (l’Ufficio statistico della Unione Europea) perderemmo, in una sola legislatura, 700mila persone con meno di 34 anni. E a quel punto il fardello che la popolazione in età lavorativa dovrebbe sostenere per pagare le pensioni di chi non lavora più diventerebbe insostenibile. Un problema rilevante per la nostra economia: l’improvviso dimezzamento dei flussi migratori attuali comporterebbe la “scomparsa” di una fetta di popolazione equivalente agli abitanti di Torino. L’Italia è il Paese più generoso d’Europa coi pensionati, dove un reddito pensionistico vale l’83% del salario medio, contro una media europea del 60%, vale a dire il 23% in più. Racconta il rapporto che questa generosità verso gli anziani costa un sacco di soldi ai giovani, visto che il loro prelievo contributivo aumenta per pagare quelle pensioni. Le previsioni sulla spesa, continua il rapporto INPS, indicano che «anche innalzando l’età del ritiro, ipotizzando aumenti del tasso di attività delle donne» – oggi più basso – e «incrementi plausibili e non scontati della produttività», per «mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora su livelli sostenibili è cruciale il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro Paese». Più i contributi aumentano, più il lavoro costa, più l’occupazione si riduce; e più l’occupazione si riduce, più si scarica il costo del sistema pensionistico su una popolazione lavorativa sempre più piccola; insomma, scarichiamo sempre più su di loro (i lavoratori più giovani) e sulle loro tasse tutti i costi di un welfare a misura di anziani.

INPS racconta sulle migrazioni anche un’altra cosa importantissima che gli economisti sostengono da anni: c’è una forte domanda di lavoro immigrato in Italia, una domanda che, in assenza di una via legale all’immigrazione economica, finisce per essere coperta dagli immigrati irregolari, molto spesso pagati in nero senza alcuna tutela. In sintesi, si può dunque concludere che, per ridurre l’immigrazione clandestina e lo sbarco di richiedenti asilo, l’Italia ha bisogno di aumentare l’immigrazione regolare.


È VERO CHE I SOLDI PER L’ACCOGLIENZA CE LI DÀ L’EUROPA?

Come per altre spese straordinarie (per esempio quelle per i terremoti dell’Italia centrale del 2016), i 5 miliardi di euro previsti per l’accoglienza non vengono conteggiati nel computo del debito e del disavanzo pubblico, i due criteri da rispettare per non violare i trattati comunitari. In sostanza, quando si parla dei 5 miliardi di euro, non c’è un reale trasferimento di risorse dall’Europa all’Italia per accogliere i migranti, a parte i contributi esplicitati nel Def. Dunque, se è vero che il contributo diretto europeo è molto limitato in rapporto al totale, è anche vero che l’Italia non conteggia le spese per i migranti nel computo del debito e del disavanzo pubblico, perché l’Unione Europea le riconosce come straordinarie.